Krakatite, di Karel Čapek (traduzione di Angela Alessandri, postfazione di Alessandro Catalano; Miraggi edizioni), nuova uscita nella collana NováVlna dedicata alla letteratura ceca, è l’opera incredibile di uno degli scrittori di fantascienza più significativi del Novecento. Mai tradotto prima in italiano, Krakatite racconta, attraverso i suoi 54 capitoli, le paure emerse dopo la Prima guerra mondiale riguardo alla radioattività. Un’estrosa miscela di distopia e realtà aleggia per tutto il romanzo, segue le vicissitudini del protagonista, il chimico Prokop, inventore della Krakatite, un esplosivo micidiale, capace di distruggere intere nazioni. La storia dell’autore ceco diviene così metafora delle fobie umane e dell’ansia del movimento verso l’ignoto.
Leggere Il bambino intermittente di Luca Ragagnin è un’esperienza formativa, divertente e anche ancestrale. Conosciamo Berg, uno dei più interessanti personaggi della letteratura contemporanea, fin da quando maneggia il biberon e gironzola intorno alla mamma impegnata nel rito del trucco. È figlio unico, i genitori sono separati, ha una madre professoressa, un padre che lo porta in giro con un Maggiolino giallo a pois rosa insegnandogli i nomi degli alberi e dei funghi e i nonni di mare e quelli di città. Con una sorella immaginaria e l’amico Paul, Berg vive l’infanzia nella Torino degli anni 70. Trascinati dalla sua straordinaria immaginazione ne attraversiamo l’adolescenza fino all’età adulta.
Berg sente di avere molti «nemici», persone, luoghi, oggetti, ostacoli che gli impediscono di diventare chi vuole davvero essere. Anche per questo Berg cambierà nome molte volte, scoprendo così, e noi con lui, il valore salvifico dell’Intermittenza: accettarla lo porterà a diventare adulto mantenendo la sua identità cangiante e variopinta, scontrandosi con la realtà, con i suoi aspetti duri, feroci ma anche di commuovente bellezza, e trovando infine il modo di armonizzarli. Il bambino intermittente mostra a noi lettori il valore inestimabile dell’unicità dell’essere umano, rivivendo il nostro passato, le nostre meraviglie, le nostre paure e arrivando a definire chi siamo veramente.
Dopo una lite il protagonista del romanzo riceve una telefonata:”Chiamo dal quinto Distretto di Polizia….”
“E?”
“E c’è che abbiamo un verbale del 2008 a suo nome…Lei sa di cosa si tratta?
“Non ne ho idea “
“ Il verbale che ho qui notifica il suo decesso…qui c’è scritto che lei è morto “
Così viene comunicata la notizia della propria scomparsa. Di più: questa sua dipartita è cosa ormai datata e possiede tutta la veridicità dell’atto certificato.
Il fatto, anomalo in sé, richiede una spiegazione che sia plausibile e convincente: anche perché chi scompare, oltre a essere il protagonista del romanzo, porta anche il nome del suo autore: Joao Paulo Cuenca.
Per risolvere questo mistero il protagonista si muove attraverso Rio de Janeiro, tra le macerie di quella che la città fu, nuove costruzioni in vista delle Olimpiadi, salotti e feste di giornalisti, scrittori, teatranti, attrici di soap opera, favelas guardiane di ogni orizzonte, arroccate sulle colline, alla ricerca della donna che ha denunciato la sua morte.Procedendo nella narrazione ci si accorge che il mistero diventa sempre più fitto, ci si perde di frequente, insieme all’io narrante, che oltre a quella della sua morte ha pure l’angoscia di non riuscire a finire il suo romanzo, il blocco della pagina bianca.
Personaggio fittizio e reale, il J.P. Cuenca accompagna il lettore attraverso i cantieri aperti della metropoli carioca, è un essere vivo, diretto e feroce. Anche verso la storia del proprio Paese dal quale spesso vola via “Questo posto è un cazzo di Poltergeist. Ogni volta che c’è un cantiere qui nel Centro, e ne avete aperti un sacco a causa delle Olimpiadi, si trovano spessissimo cadaveri e ossa spezzate, come nel Cimitero dei Nuovi Neri nella zona del porto.”
Questa dichiarata morte, non porta di fatto all’esito più scontato, ossia la scelta di scrivere un thriller o un noir, nonostante l’ambientazione sia nelle atmosfere dense di una Rio de Janeiro in fermento , vivissima di voci e corpi giovani in perenne movimento – che ben si presterebbe alle vicende poliziesche e ne occupa invece giusto le prime pagine.
La comunicazione della sua scomparsa gli impone di intraprendere un viaggio in cerca di chiarezza: è solo attraverso la sua” morte” che potrà (ri)costruire la propria identità come uomo e come scrittore. Inizia quindi un suo pellegrinaggio che lo porterà attraverso corridoi di archivi metallici” polverosi antri di enti assortiti di ripetuto squallore, “Tutti quegli archivi, che circondavano tavoli e sedie lasciando poche pareti a vista, contenevano racconti il cui ingrediente comune erano i dissapori tra gli esseri umani della mia città”.
Tanto più cha la ricerca del sé dipartito deve tener presente la vita che va avanti, con gli impegni del presente.
All’epoca di questa morte presunta lui era in Italia a presentare la traduzione italiana del suo libro “Un giorno Mastroianni”.
È un rompicapo che lo perseguita e dal quale tenta di fuggire smodatamente.
È c’è pure un romanzo che deve finire.
Una scrittura avvincente e molto interessante quella di Cuenca, una storia intrigante che fa tenere l’attenzione fino alla fine.
Lo spartito di Hrabal, che ha fatto melodia della cacofonia del mondo
Secondo la moglie, i suoi racconti erano come il cibo precotto: una volta a casa, uno deve finire di cuocerlo perché diventi commestibile – “Sono racconti raggrumati,” diceva, “un po’ come quando si rapprende il latte.” Secondo il regime comunista, che aveva bloccato la pubblicazione del suo primo libro di poesie, “La strada perduta”, si trattava di uno scrittore mediocre – “Vogliamo davvero pubblicare una porcheria del genere?”, avrebbe detto lo zelantissimo direttore della casa editrice ČCekoslovenský spisovatel a proposito della sua raccolta “Allodole sul filo”, peraltro già rimaneggiata e accomodata alla ricerca di un compromesso col partito. Secondo alcuni critici, erano “quasi racconti”. Secondo i detrattori, era più francamente “uno schifoso maiale, un maniaco, un autore di una letteratura letamaio” e meritava la forca – il libro “Ballata su una pubblica esecuzione” riporta numerosi passaggi di lettere anonime di questo tenore. Secondo Angelo Maria Ripellino, che in Italia l’ha portato, la magia dei suoi testi risiedeva in quel “brulichio del parlato” che li gremiva. Parliamo dello stesso Angelo Maria Ripellino che però nel 1967, cioè quattro anni dopo la sua clamorosa uscita in Cecoslovacchia, sconsigliò a Einaudi la pubblicazione della prima raccolta di – appunto – Bohumil Hrabal, “La perlina sul fondo”, che possiamo leggere per la prima volta solo da quest’anno, e il merito va a Miraggi editore (250 pp., €20 euro).
I racconti di questa raccolta angolare, inevitabilmente polifonica e dunque hrabaliana al massimo grado, sono la migliore rappresentazione della forgia dello scrittore praghese, la parata numero uno dei suoi calchi, e l’occasione di vedere entrare in scena, per la prima volta nel teatro dei suoi pábitelé, una figura che assumerà poi tratti mitologici: quella dello zio Pepìn. Che cosa significhi, al netto delle semplificazioni, pábitelé, lo spiegò molto bene proprio A. M. Ripellino, parlando di sbruffoni, piccoli fantasticatori, svitati, parassiti, stramparloni da birreria, cialtroni.
E sì, sono loro: pullulano anche in questa raccolta, anzi, qui debuttano, e come per ogni debutto sono tirati a lucido. La letteratura di Hrabal è, infatti, letteratura di personaggi. Ogni personaggio si tira dietro il proprio teatro, non accade mai il contrario. Hrabal non allestisce la scena, mette solo i personaggi in condizioni di agire – cioè di parlare – e così è lo spartito intertestuale delle chiacchiere che si sovrappongono, è il loro accavallarsi, il loro rievocare disordinato che fa la scena, che fa il teatro. Sono racconti impalpabili in cui si palpa il midollo di una lingua che si rigenera nei dialetti, nelle gergalità, nei neologismi popolari. In Hrabal tutti parlano. Sempre. Dovunque. Di qualsiasi cosa. Quando un personaggio di Hrabal non parla con qualcuno, parla con se stesso, e col pensiero cuce ciò che non si potrebbe cucire, dramma e comicità, profondità e idiozia, vanvere e verità, ed ecco che i significati si rimescolano, il tessuto si smaglia e rimaglia di continuo, il mondo si piega e si sbilancia al punto che esiste solo chi sta raccontando per come lo sta raccontando, aedo repentino, cantore istantaneo di gesta inutili e buffonesche, di tutta la vita in grande che sogna l’uomo piccolo, l’uomo che ha solo l’energia della propria fantasia e si rivolge a chi? Forse a nessuno, forse a tutti, sempre a una scomposta platea di altri parlatori che gli parlano sopra e attraverso e durante, e alla fine, tutti insieme, compongono lo spartito inimitabile di Bohumil Hrabal, uno scrittore che ha fatto melodia dalla cacofonia, che ha osato un linguaggio e che dal linguaggio ha fatto germogliare un mondo.
Il racconto più bello di questa raccolta che ne annovera molti (“Corso serale”, “I bei tempi andati”, “Il battesimo 1947”) è “La morte del signor Baltisberger”. E’ ambientato a Brno nel corso del Gran Premio di motociclismo culminato nella morte del corridore tedesco Baltisberger. E’ un compendio perfetto del hrabalianesimo intersezionale: più raccontatori prendono spunto dal racconto di altri per poi slacciarsene e andare altrove, ognuno delirando con la propria aneddotica e sovrapponendosi di continuo, mentre la corsa impazza, un altoparlante tra il fogliame dà informazioni di prassi, e due giovani non faranno in tempo a vedere il loro eroe, morto in curva. Perché la vita è quel che accade mentre accade qualcos’altro, ma quel qualcos’altro siamo noi che chiacchieriamo, sempre in primo piano, sempre di sfondo.
Dalla vita Edo ha avuto tutto: una famiglia agiata, una casa in collina rifugio della buona borghesia torinese, i migliori studi e i migliori vizi. Edo ha amici belli e fortunati insieme ai quali – tra sport urbani estremi e droghe sintetiche, locali di tendenza e sesso spazzatura, alcol e tomi universitari – vive una scissione tra le sue pulsioni e le convenzioni sociali cui deve attenersi.
L’uomo che rovina i sabati, di Alan Poloni (Miraggi Edizioni), è un romanzo pirotecnico, originale ed è, a mio avviso, una delle opere italiane più riuscite degli ultimi tempi. L’autore riesce a evitare trite e ritrite tematiche provinciali tanto care alla quasi totalità degli scrittori nostrani contemporanei, non ha paura di gettarsi nelle marginalità narrative e da queste riemergere con una storia unica, una sorta di saga psichedelica di Tom-Robbinsiana memoria. Il luogo è la Val Crodino, dove il tempo si è fermato alla decenza culturale; Jack Ebasta, poeta donnaiolo dipendente dai reading, Malcolm Chiarugi, cantautore che dedica le proprie canzoni alle sue conquiste sessuali, il Palma, liutaio infatuato delle proprie chitarre, un etnologo esperto di funghi allucinogeni che vive arroccato sul cucuzzolo di una montagna, sono i personaggi principali di un viaggio alla Apocalypse Now versione montana. Un viaggio pieno di sorprese, di trovate intelligenti e di nodi narrativi capaci di creare una sorta di dipendenza al lettore.
In cima alla collina che domina la città di Liberec, ultima fermata della funivia, meta preferita di amanti e suicidi, attratti dalla magia della solitudine, dall’ebbrezza dell’infinito, dalla pericolosa bellezza dell’abisso alla quale è così difficile resistere (“la vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura”, scrive Kundera), alle spalle di un Cristo piegato dal vento, sorge un hotel tra le nuvole, centro di questo romanzo e del mondo dei suoi personaggi principali, ognuno con la sua particolare linea della vita che è qualcosa di diverso in ognuno di noi. Per me sono i grafici del tempo atmosferico (dice il protagonista). Per Franz sono i suoi amici morti. Per Zuzana, i test. Per Jegr, il museo del blocco orientale. Per Ciuffo, le bottigliette di happylife.
Un microcosmo di personaggi insoliti, strampalati, strasolati, ciascuno con le proprie piccole o grandi manie e i propri segreti, che l’agile penna di Rudis, viaggiando leggera, tra frasi brevi e incisive e suggestive iperboli e metafore, svela a poco a poco. Ma ve lo racconterò più avanti ripete spesso il protagonista e io narrante, come stringendo un patto con il lettore (non preoccupatevi, sembra dire, non vi deluderò, vi parlerò di tutto e di tutti, ma concedetemi il mio tempo).
Queste interazioni con il lettore e la concisione dei paragrafi contribuiscono a dare ritmo a un racconto fluido e coinvolgente, intenso, ricco di sfumature.
Fleischman è il nome che si è dato il protagonista, in omaggio al nonno mai conosciuto, morto schiacciato da un carro sovietico, ma che, in qualche modo, ha indirizzato il suo destino. È il tuttofare del Grand Hotel, da quando Jegr, un lontano parente che lo aveva preso con sé dopo la scomparsa dei genitori, spinto più dalla promessa di un sussidio che da uno slancio d’affetto, ne è diventato, in maniera tanto repentina quanto inspiegabile, il responsabile. Fleischman è un solitario, emarginato fin da bambino, vittima dei soprusi e delle angherie dei compagni di scuola, con un’ossessione maniacale per i numeri e per i nomi (e i soprannomi). Da una realtà che non accetta e che non lo accetta lo salva la scoperta della meteorologia: guardai le nuvole che scorrevano basse sopra la via. Le nuvole che portavano la pioggia dal Mare del Nord e a un tratto capii. Intendo dire che capii tutto delle nuvole e anche di me stesso. Mi tranquillizzai. Studia il tempo, annotandone le variazioni tre volte al giorno, mangia biscotti, beve limonata, spia dal buco della serratura chi fa meglio di lui (spia i corpi, le azioni, ma anche le conversazioni, sempre con un occhio soltanto, ma con entrambi gli orecchi), parla poco ed è inchiodato alla sua città dalla paura di andarsene, dall’impossibilità di andarsene, dall’impossibilità di raggiungere qualcosa. Cerca dicompensare questo suo immobilismo con lo studio delle mappe, geografiche, storiche e soprattutto meteorologiche, perché è convinto che chi conosce quelle mappe conosce il mondo intero.
Fleischamn spiega tutto attraverso i fenomeni atmosferici, sia come metafora della vita, sia come causa primigenia, fattore scatenante delle più importanti decisioni umane, costantemente influenzate da nuvole e vento, alta e bassa pressione.
Ma se sa tutto del tempo, dei venti, della pressione, delle nuvole, del punto di rugiada, non sa nulla del mondo reale, dei rapporti umani, delle donne. L’opposto di Jegr, il cui universo estremamente concreto è fatto di fiki fiki e di pallone, laddove quello evanescente di Fleischman è fatto di nuvole e sogni. Lo iato tra queste due opposte concezioni della realtà è apparentemente incolmabile, tra i due non scorgiamo alcun punto di contatto, eppure li unisce una sorta di affetto sottaciuto, che qua e là affiora appena.
Ma qual è, poi, la realtà? Non tutto è sempre come appare: a volte raccontiamo agli altri, ma prima ancora a noi stessi, storie a cui finiamo col credere, e diviene sempre più difficile distinguere il falso dal vero, ciò che è accaduto, da quello che sarebbe potuto (o dovuto) accadere. Non solo il presente e il futuro, ma anche il passato possono essere piegati alle esigenze di chi racconta (“la realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi se vogliamo essere” scriveva Pirandello). E ridisegnare il passato nel ricordo e riscattarlo attraverso le azioni del presente ci consente di fare pace con la nostra coscienza e di costruire un futuro che ci permetta di porre rimedio ad antiche colpe, nostre o altrui.
Spesso gli scrittori cechi fanno i conti, in maniera più o meno esplicita, con la storia recente del loro Paese. I comunisti, i nazisti, la primavera di Praga, i carrarmati sovietici. Rudis affida questa funzione di “voce” della storia al vecchio Franz, ma anche ai racconti di Fleischman su suo nonno, e scandisce lo scorrere del tempo attraverso un ossessivo rimarcare i cambiamenti della toponomastica, a sottolineare i passaggi storici (e linguistici) che si sono succeduti.
La storia (quella dei popoli, ma anche la propria personale) è un cerchio, uno deve finire là dov’è nato è il motto di Franz, ma per tornare bisogna andarsene e andare via, staccarsi dalle proprie radici, dai propri affetti, dalle proprie paure, è la scelta più difficile. C’è una sola strada, percorribile in un’unica direzione: verso l’alto. Anche se a volte, prima di spiccare il volo, è necessario precipitare, magari nel proprio abisso interiore, nel proprio infinito personale. E così, d’improvviso, il protagonista capisce: la sola via di fuga possibile è attraverso le nuvole, affidandosi al vento.
Sintassi, solitudine e Simmenthal. I Pellicani di Sergio La Chiusa
A cavallo tra Beckett e Lo Sgargabonzi, tra Topolino e Kafka, I Pellicani di Sergio La Chiusa (Miraggi 2020) si snoda come un sogno lucido, un’allucinazione verbale in cui il lettore viene risucchiato e imprigionato in un trilocale claustrofobico assieme al protagonista e al suo (presunto) padre. L’appartamento dell’anziano Pellicani è assieme stanza, mondo, e l’interno della mente di Pellicani figlio (?), che – narratore prepotente e assolutamente inaffidabile – filtra attraverso la sua logorrea ogni frangente della realtà, rendendola indistinguibile dalle sue fantasie e angosce. Il libro è l’appartamento e l’appartamento è il libro, e i protagonisti non possono uscirne perché vorrebbe dire uscire dalla narrazione, staccarsi dalle pagine.
«Il corpo è la gabbia dalla quale nessuna fuga è ammessa e che ci rende tutti simili […] anche l’immobile fatiscente in cui entrano in contatto i Pellicani potrebbe essere visto come un grande corpo-gabbia, o, meglio, un corpo sociale in rovina – e se un’etica del corpo è rintracciabile nel romanzo va forse cercata nella presa d’atto di questa precarietà e impossibilità di fuga che ci rende tutti simili.» [1]
Questo corpo-gabbia di cui parla La Chiusa, prima ancora di essere «immobile fatiscente», pezzo di carne o costrutto etico-sociale, è il testo stesso. O meglio, è soltanto il testo: la scrittura non s’immerge nella storia e nei personaggi, non si mimetizza, non si fa immagine, ma seguendo un moto inverso che dalla profondità porta alla superficie mette al centro se stessa e le parole, il loro suono, il flusso che creano. Utilizza un italiano eccentrico, desueto e pop, che attraverso un’ipotassi prepotente spinge il testo a perdersi in mille diverse linee di pensiero, voli pindarici senza capo né coda, un vortice senza un centro che col sorriso sotto i baffi fa progressivamente sfaldare il senso del discorso e delle parole. L’incertezza tracotante di Pellicani figlio, l’angoscia muta e scatologica di Pellicani padre, la decadenza marcescente del palazzo, non vengono tanto descritte, quanto letteralmente incarnate dalla prosa stessa. Tutto viene messo in discussione, anche l’identità della voce narrante in prima persona, che – nel momento di massima incertezza semantica e formale – non regge la tensione e, prendendo le distanze da sé e persino dal lettore, muta per qualche paragrafo in una terza persona.
«Il vecchio ci stava ipnotizzando, risucchiando nei vortici del suo naso, e anzi in un certo senso eravamo tutti accucciati lì dentro, rannicchiati, al calduccio, trasportati nel suo mondo, incavernati, per così dire, inselvati tra ruvidi peluzzi e ivi vezzeggiati da una brezzolina […].»
L’attenzione di La Chiusa alle possibilità espressive della prosa è senza ombra di dubbio l’elemento più originale e riuscito del libro (che non a caso ha ricevuto la Menzione speciale Treccani alla XXXII edizione del Premio Calvino), approccio in controtendenza rispetto un panorama letterario che solitamente privilegia l’eccessiva semplificazione, e che ricorda per certi versi quello (più filologico ma altrettanto fantasioso) di Massimo Roscia, un tour de force linguistico venato di un’ironia nera e surreale. Non sempre però la lettura scorre, non tanto per la lingua, quanto per certi momenti di ridondanza, che, a volte, più che scelte di stile sembrano provare a nascondere una prematura stanchezza drammaturgica. Come nel recente La Madre Assassina di Ermanno Cavazzoni (La Nave di Teseo, 2020) – formalmente opposto, ma dalle tematiche simili, entrambi racconti kafkiani incentrati su protagonisti che mettono in dubbio tutto ciò che vedono e che sono, intrappolati in un mondo ostile ma da cui dipendono, uno che cerca di emanciparsi da una madre/mostro, l’altro da un padre/parassita – l’impressione è che quello che sarebbe stato un racconto incisivo sia stato diluito in un romanzo sì piacevole, ma meno pregnante.
Con I Pellicani, La Chiusa ha tentato l’impossibile: una summa della trilogia beckettiana – di cui tocca tutti i temi salienti, dall’identità sfaldata, alla solitudine esistenziale, al caos, alla malattia, alla morte, all’incomunicabilità, e di cui rievoca la prosa fiume – ibridata con una vena satirica allucinata che, tra il trash e il nostalgico, tra la Simmenthal e Amleto, racconta di un Paese infantile e senile assieme, che si riconosce soltanto nella pubblicità andata in onda tra un cartone e l’altro quando eravamo piccoli. Un’ambizione mastodontica, insomma, destinata a fallire in partenza: ma La Chiusa sa che, stando a Beckett, il fallimento non è che il risultato ineluttabile di ogni azione umana, il motore che ci muove e paradossalmente ci spinge a vivere, e che, non a caso, è anche il fulcro de I Pellicani; dunque si può tranquillamente affermare che si tratta di un fallimento riuscito. In fondo il sottotitolo del libro è storia di un’emancipazione: emancipazione dalla società, da se stessi, dal falso mito capitalistico del dover “riuscire” per potersi definire umani.
«You must go on. I can’t go on. I’ll go on.» [2]
[1] Intervista a Sergio La Chiusa di Angelo Di Liberto. [2] da Samuel Beckett, L’innominabile
Secondo un rito arcaico della religione tibetana chiamata “ divagazione o vagabondaggio dell’attenzione “ lo sciamano specializzato è in grado di fare dei veri e propri viaggi nell’aldilà , o meglio, può vedere nello stato post mortem delle persone.
Il protagonista esperto, monaco buddista, va nell’aldilà di alcuni personaggi famosi in bicicletta, che è un’altra delle sue passioni.
Ci sono delle condizioni affinché questo possa avvenire radicate in quella visione della vita e della morte di questa religione, il concetto viene chiarito nel libro.
I personaggi che vengono osservati nel momento della loro transizione, che ha una durata che è tutto un programma pure quella, sono i più diversi nei periodi più lontani e meno rispetto al nostro tempo.
Dice il monaco:” sono proprio le cose che non capiamo a tenerci vivi e non solo, per quanto mi riguarda quelle che capiamo o crediamo di capire più tempo ci mettiamo a capirle e più si allunga la vita…..”
E quindi troviamo Archimede, Lucrezia Borgia, Attila, Napoleone, Marx, Hitler, Elvis Presley, Freud, Frida Kalo e tanti altri a vivere situazione diverse da quelle che hanno vissuto.
Marx a dire che “ il lavoro è una funzione animale “, Freud rimasto piegato su se stesso, come un libro dal titolo: “L’interruzione dei sogni “ per esempio. E che dire di Dante che “appena giunto sull’altra sponda si è visto arrivare contro migliaia di persone illustri e sconosciute ma tutte arrabbiate…..che lui non ricordava cosa gli aveva fatto…”
E tanto altro.
Il libro l’ho trovato originale e divertente. Questo “ritorno in vita “, che è quasi una ritorsione per i personaggi presi in considerazione è interessante e pieno di riferimenti letterari e culturali. .
Ed è anche l’occasione per ripassare la storia, in cui i personaggi sono esistiti o per scoprirne altri di cui magari si è solo sentito nominare.
È un libro molto originale, una lettura piacevole.
A volte non abbiamo bisogno che di parlare con qualcuno, soprattutto per essere ascoltati. Mona ha bisogno di parlare: è stanca, spossata, stremata, il lavoro e la guerra la abbattono, ogni giorno di più, ma lei resiste. E così parla con Mun. Mun è il nome del bue che porta al pascolo. O perlomeno Mun è il nome che Mona dà al bue quando, portandolo al pascolo, gli parla. Mun le vuole bene, si vede, o perlomeno è Mona a cui sembra di vedere ciò, che si sforza di capire i discorsi che lei gli fa, anche quando sono troppo impegnativi per lui, che è solo un povero bue, e le è così affezionato che quando lo vendono non vuole che nessun’altra persona al mondo lo conduca fuori dalla stalla se non Mona stessa. Mun è un bel ricordo per Mona, che ogni tanto si estrania da tutto ciò che la circonda e torna a parlare con Mun, a confidarsi con lui, anche se gli argomenti spesso sono inquieti come la sua anima. Mona, infatti, non ha tempo per riposarsi un attimo, intorno a lei brulica la frenesia di un ospedale in tempo di guerra, dove si urla per salvare vite o per il dolore: adesso, per esempio, Mona è da sola in mezzo agli strilli. Il medico di turno ha avuto una giornata impegnativa al fronte, non vuole svegliarlo (sì, è distrutto tanto da riuscire nonostante tutto a dormire), può cavarsela benissimo con le sue forze. La sua esperienza è tale che saprà certamente dare una mano a quel povero ragazzo amputato e disperato: legge il nome sulla targhetta del letto, Adam…
Lei ha scritto moltissimo, e con ogni probabilità, quantomeno è quello che tutti i suoi lettori certamente si augurano, continuerà a farlo, ma soprattutto hanno scritto moltissimo su di lei, in quanto è non solo fra le autrici più interessanti, originali, anche se dalla prosa ricca di riferimenti artistici e filmici, oltre che letterari, liriche, intense e particolari, ma anche fra le più premiate della Repubblica Ceca, nazione dalla tradizione letteraria di tutto rispetto, centrale per quel che concerne la cultura mitteleuropea ponte fra l’esperienza occidentale e i paesi che vivono ancora i retaggi della lunga appartenenza al grappolo di stati satelliti sovietici: Il lago è la sua opera certamente più nota, tradotta in molte lingue, ma Mona segna un punto di svolta nella produzione di Bianca Bellová. Si tratta infatti non solo di una riuscita allegoria del potere salvifico della parola, capace di valicare ogni ostacolo, ma è anche una riflessione sentita, composta, profonda e potente sull’abiezione della guerra, la violenza della dittatura, la fragilità dei rapporti umani, le conseguenze che ogni azione determina nella vita di ogni singolo individuo che la compie o la subisce e della collettività alla quale egli appartiene, la cognizione del dolore, il senso di straniamento che dà la sofferenza, la speranza generata dall’amore, in questo caso quello fra l’infermiera di un ospedale devastato da un conflitto e il soldato, adolescente o poco più, che arriva, col suo carico di paura e d’impudenza dovuta all’età acerba, gravemente ferito dal fronte.
Prendi due amiche come la (ex) saviglianese Francesca Angeleri e la torinese Alessandra Contin, due giornaliste, fai loro scrivere un romanzo e ti trovi tra le mani una “tosta” opera prima a due mani dal titolo “l’EDOnista”.
«Siamo molto diverse – racconta Francesca – ma anche molto amiche. Ci siamo divise le parti ma con piacere abbiamo scoperto che si amalgamavano particolarmente bene. Nella storia di questo ricco ed edonista/narcisista della collina di Torino c’è molto Piemonte ma anche molta Inghilterra. Lui è un bad boy ma stranamente sensibile, con un rapporto difficile col padre e molto legato alla mamma. C’è, nel racconto, molta vita tormentata, c’è tanta droga, ma anche lo studio, la serietà, la redenzione, la crescita di un ragazzo che diventa uomo».
Francesca Angeleri scrive per il Corriere della Sera, mentre Alessandra Contin, che è stata la prima donna a scrivere di videogiochi, ora pubblica per la La Stampa.
Pur essendo scritto da due donne, l’EDOnista parla “al maschile” ed è intriso di scene di sesso, anche molto esplicito e quando Francesca ha fatto leggere il libro a sua mamma… «un po’ di, ovvio, imbarazzo c’è stato, ma poi lei mi ha fatto i complimenti».
Nota di merito anche ad Andrea Raviola, l’illustratore (che ha lavorato anche sull’ultimo video di Loredana Bertè) che ha realizzato il disegno della copertina.
L’editore è il piccolo “Miraggi edizioni” e Luca Ragagnin ha il merito di aver apprezzato il romanzo decidendo di darlo alle stampe, forse la “casa” giusta per un bel libro di esordio.
Irriverente, corrosivo, tra anarchia e aristocrazia. Libero dalle etichette del suo tempo, irregolare, acido e corrosivo. È Domenique De Roux, uno dei più atipici ed iperattivi intellettuali del dopoguerra francese. Animatore di atmosfere culturali, polemista irrevocabile, voce critica del suo tempo. tagliente e cinico come Kraus, iperattivo e “sott’odio” come Longanesi, di cui è stato l’equivalente nella cultura francese, per l’attività editoriale ed il genio aforistico. Che con il suo Immediatamente (MIRAGGI), ha saputo scioccare la critica ufficiale ed egemone. Raccolta di aforismi, subconscio in frammenti, diario degli orrori, immediatamente è stato tutto questo. Dall’acuto registro degli incontri e delle apparizioni del meglio della cultura del secondo novecento, a valvola di sfogo di una ferocia acuta e profondissima. In cui sono tratteggiati gli incontri con gli amici e i miti di De roux, da Pound a Gombrowicz, da Artaud a Celine. Un libro maledetto che condannò il suo autore all’esilio volontario e necessario in Portogallo, attirandosi gli odi del governo, di Pompidou, dei maggiori intellettuali ed accademici francesi, Barthes sopra a tutti, diventando un autoritratto contro della cultura francese del dopoguerra. Ricco di giudizi taglienti sul languore della religione(“tra poco il cattolicesimo come il protestantesimo servirà solo a seppellire i morti”), sugli intellettuali (che “non hanno mai smesso di attraversare le gerarchie”), sul sessantotto, che come nella Cina di Mao confonde la guerra civile con la rivoluzione culturale. Controcorrente, con uno spirito corrosivo e metafisico, quindi “per natura reazionario”, che nonostante l’adesione al gollismo restò sempre un vinto nello spirito e nell’indole. Alternativo ai suoi contemporanei in quanto “la crisi dell’intelligenza deriva dal fatto di definirsi con le parole quando ci si può definire solo con le azioni”. Grande agitatore culturale, diffuse e approfondì l’opera di Pound, nella cui Venezia tutto portava il suo sguardo, i capolavori di Gombrowicz, gli enigmi e i labirinti di Borges. Scrivendo uno dei più bei saggi su Celine alla vigilia della sua morte, difendendo una idea di cultura e letteratura lontana dall’engagement ufficiale. In continuità con una visione antimoderna, perché “essere moderni vuol dire cedere alle circostanze”, che guardando all’euforia del progresso per lo sbarco sulla luna, pensa che tutto sommato la chiesa più reazionaria non avesse tutti i torti sulle illusioni degli uomini. Notando che l’America, che “sta alla biosfera come il cancro al corpo umano”, è il simbolo non della crisi della civiltà, ma “della crisi della barbarie, che prima mettevano a ferro e fuoco Roma o Bisanzio ed ora sono i malnutriti del mondo moderno”. Che per il suo pensiero irriverente fu accusato di fascismo ingiustamente e decise provocatoriamente di presentarsi come “Domenique de Roux, già impiccato a Norimberga”. Il quale di fronte al lutto per la morte di Celan ha convenuto rispetto all’ipocrisia generale, che Celan si è suicidato nella Senna perché ignorava da sciocco che fosse una “fogna e non un fiume”, ma proprio per questo è tanto autore e poeta, poiché “solo i poeti possono ancora credere che nel mondo ci siano ancora fiumi”. Con uno sguardo magnetico sulle cose e sulla storia, per cui la “rivoluzione francese è stata lo Shakespeare della Storia, ma scritto da Dio”. Un autore irriverente ed unico, stroncato a poco più di quaranta anni da un malattia cardiaca, che ha pagato per quello che ha pensato ed ha pensato per quello che doveva scontare. Che coltivava il piacere “aristocratico di non piacere a tutti” inginocchiandosi solo a se stesso come ci si inginocchia ai santi. Esiliato in Portogallo dove fu l’unico testimone francese della rivoluzione dei garofani, che sognava una cultura alternativa e ribelle, mostrando il fascino crudele della schiettezza e l’acume delicato della profondità. Che molto spesso ha preso congedo, ma non va congedato da un pantheon che molte volte perdona la cattiva scrittura in nome della cattiva politica e che ora non dovrebbe indugiare nel riconoscere immediatamente il genio di un autore samizdat, proibito, imperdonabile.
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