Mopaya – Colui che porta in sé l’altrove (Miraggi edizioni, 2012; traduzione a cura di Giuseppe Sofo) è un romanzo che ci viene raccontato dalla voce di Gabriel Nganga Nseka, ma scritto da Douna Loup. L’autrice, nata in Svizzera nel 1982 e vincitrice di svariati premi letterari (tra cui il Prix Senghor, il Prix René Fallet, il Prix Michel Dentan e il Prix Schiller), ha infatti messo per iscritto quanto raccontatole dall’uomo. Questi è nato a Kinzadi, un piccolo villaggio del Basso Congo, nel 1968. Oggi vive in Francia, al confine con la Svizzera, dove si reca quotidianamente per andare a lavorare.
La storia che Gabriel racconta a Douna è quella del suo vissuto personale: dall’infanzia trascorsa in Africa, fino alla pericolosa migrazione in Europa, passando per l’Angola. A queste, si aggiungono le riflessioni che l’uomo fa nel presente, parlando della sua situazione attuale e, di tanto in tanto, rivolgendo lo sguardo al passato.
La storia di Gabriel, drammatica e a tratti dolce, non viene narrata in maniera cronologica, ma alternata tra scene di un passato remoto, un passato più recente e il momento presente. Questa scelta stilistica fa sì che il pathos dell’opera, già molto forte per via della tragica storia dell’uomo, aumenti in maniera esponenziale, portando il lettore a porsi di frequente delle domande non tanto su quello che avverrà, ma su ciò che è accaduto perché Gabriel sia potuto arrivare a un determinato punto nella storia.
Riassunto e analisi
L’infanzia di Gabriel viene raccontata da un narratore che parla in terza persona. Il racconto della storia del piccolo protagonista inizia con la morte della madre. Questo fa sì che il bambino si ritrovi a vivere solo con il padre, dal momento che tutti i suoi fratelli e sorelle più grandi vivono in città. Attraverso la descrizione dei pochi eventi che accadono nell’arco della sua infanzia, l’autrice ci parla della vita tradizionale di un villaggio africano: il lavoro nei campi, i rapporti con la famiglia, con il cibo, con la malattia e la morte. Su quest’ultima si ferma in modo particolare, rendendo partecipe il lettore al ciclo di malattia e al rito funebre della madre di Gabriel. La partecipazione del lettore avviene attraverso una narrazione lenta, a cui si aggiungono tutti i dettagli dello stregone che cerca di curare la donna attraverso un ciclo di guarigione di tre settimane, accompagnato da canti, suoni di tamburo, misture e un bagno purificatore nel fiume.
Douna Loup si sofferma, poi, sulla vita scolastica di Gabriel. Quasi ogni giorno, il bambino si reca a scuola a piedi, camminando per ben dieci chilometri, attraversando altri villaggi e una foresta che gli incute particolare paura. Le giornate trascorrono senza particolari intoppi, Gabriel è bravo a scuola, e quando torna a casa aiuta il padre nei campi. Un giorno, però, uno dei suoi fratelli torna al villaggio e Gabriel è felicissimo di ritrovare un fratello e un compagno di giochi. Gabriel, attraverso le parole di Douna Loup, ricorda di un giorno in cui lui, il fratello e un loro amico hanno marinato la scuola, trascorrendo la giornata nella foresta a raccogliere funghi. In queste righe, dal sapore dolceamaro, Douna Loup ci parla della crescita e dell’amicizia, colorandole di quella luce calda delle prime giornate d’estate. Il momento della crescita, oltre che dalla circoncisione, viene confermato anche da un avvenimento molto importante: la partenza verso Kishasa, la città, in cui Gabriel frequenterà il liceo. Diviso tra la tristezza di abbandonare il padre e l’eccitazione per la vita in città e il ricongiungimento con gli altri membri della sua famiglia, Gabriel si trasferisce a casa della sorella. Prima di sentirsi pienamente a casa, però, l’adolescente deve fare i conti con Kinshasa, che lo spaventa e lo affascina allo stesso tempo, sottolineando addirittura che “Kinshasa è un mostro” (p. 54) e che “Kinshasa è una balena che cresce incessantemente” (p. 61).
Douna Loup non si astiene dal raccontare anche dei risvolti sociali legati alla Repubblica Democratica del Congo, soffermandosi sulla povertà, la corruzione e l’illegalità. Gabriel, infatti, ben presto capisce che i voti buoni e la maturità si comprano e, all’università, a causa del “favoritismo etnico e le segregazioni politiche, se non sei mobutista e della tribù giusta, potresti non laurearti mai” (p. 64). Gabriel, però, ha sete di conoscenza e si applica diventando uno studente modello. Purtroppo, a causa di una disavventura apparentemente da niente, non riuscirà mai a diplomarsi.
La storia del passato più recente di Gabriel, invece, viene raccontata da un narratore che utilizza la seconda persona singolare. Parlando della storia dell’uomo, il narratore sembra quasi rivolgersi al lettore dandogli del “tu”. Questa scelta stilistica potrebbe derivare dal fatto che Douna Loup voglia far identificare il lettore con il protagonista, facendogli vivere sulla propria pelle la storia della sua migrazione. Infatti, questa parte del racconto si sofferma proprio sul viaggio che Gabriel compie per arrivare dal Congo in Europa, in una qualsiasi “nazione d’oltreguerra” (p. 9). Per poter realizzare l’obiettivo, però, il ragazzo deve passare per l’Angola, precisamente a Luanda, dove lo ospita una famiglia che lo aiuta con i documenti necessari per ottenere il visto. Prima di riceverlo, Gabriel vive una vita da recluso, prigioniero in casa della famiglia, in quanto se i soldati lo avessero trovato, lo avrebbero probabilmente fatto arruolare in guerra o lo avrebbero ucciso. L’Angola, infatti, al momento della narrazione è un Paese in guerra, in cui tra l’altro si parla una lingua che Gabriel non conosce minimamente: il portoghese. Anche qui, Douna Loup si sofferma a descrivere la situazione angolana, anche questa corrotta da povertà e delinquenza.
Il senso di soffocamento che Gabriel prova stando a Luanda lo si percepisce dalla tecnica narrativa della ripetizione: per svariate pagine viene ripetuta la parola Luanda, sempre seguita da un punto. La ripetizione, a cui si aggiunge una prosa spezzata, crea un senso di soffocamento, che trova la sua liberazione solo quando Gabriel ottiene il passaporto. Una volta ottenuto, infatti, la parola Luanda viene finalmente inserita in una frase di senso compiuto: “al di là di Luanda” (p. 15). Sia la scelta stilistica che le parole utilizzate dall’autrice sottolineano la nuova libertà acquisita da Gabriel, che finalmente può abbandonare la città e guardare altrove.
Per tutto il tempo della narrazione, Luanda prende le sembianze di una donna. Se all’inizio questa donna viene definita come un’ “[a]mante aggrappata alla tua pelle. Appiccicosa. […] una puttana […] Devi liberarti di lei. Levartela di dosso”, ma “E lei, lei è sempre là. Luanda” (p.17), una volta ottenuto il passaporto il protagonista pare perdonarla.
Luanda. Non conosci il porto di Luanda. Non conosci la bellezza del mare che lambisce Luanda, l’odore salmastro, i soli sulla riva di Luanda […] La faccia bruciata di Luanda […] Non conosci l’amore, a Luanda. Non conosci le feste di Luanda (p. 18).
Dopo aver lasciato la città angolana, passando prima dal Belgio e poi dalla Francia, Gabriel si dirige in Svizzera, dove fa richiesta d’asilo, vivendo in dormitori dedicati ai migranti e spostandosi tra diverse città. All’interno di quei dormitori, Gabriel si chiude ancora di più in se stesso, sentendosi solo: “Non è solo una questione di temperatura esterna, l’inverno… è anche l’assenza di sguardi, di contatti, di parole” (p. 57). Trova sollievo solo quando un regista gli chiede di diventare l’attore protagonista di uno spettacolo teatrale, in cui recita la parte di un richiedente asilo. Lo spettacolo si intitola Casa, o come riconoscere un rifugiato? Il nome del protagonista è Mopaya, che significa straniero, esiliato nella lingua di Gabriel, ma che potrebbe essere tradotto letteralmente con colui che porta in sé l’altrove.
Solo a questo punto, complici il teatro e l’amore, l’identità di Gabriel viene non tanto svelata, ma finalmente acquisita: l’uomo può finalmente affermare il suo nome, perché riesce ad accettare sé stesso. “Ich bin Gabriel” (p. 87). Paradossalmente, però, la narrazione a questo punto passa dalla seconda alla terza persona. Gabriel diventa così un personaggio del libro, che oltre al teatro si dedica anche a Renata, di cui si innamora fin da subito. Tutto sembra andare per il verso giusto: Gabriel è coinvolto nel teatro, va a convivere con Renata e fa domanda per diventare infermiere. Quando, però, arriva la busta gialla contenente la lettera tanto attesa, quella del permesso di soggiorno, l’uomo scopre che gli viene negato. I membri della compagnia teatrale si indignano e promettono di aiutarlo, mentre Renata gli chiede di sposarla.
La parte dedicata al presente, viene narrata in prima persona da Gabriel stesso ed è in corsivo, come se la scrittura seguisse i flussi del suo pensiero. Non sappiamo come Gabriel sia riuscito a ottenere il suo permesso di soggiorno, ma nel presente della narrazione vive in Europa. Nel momento in cui scrive, Gabriel ha quarant’anni, è un infermiere psichiatrico, vive da solo e ha una figlia che vede solo di tanto in tanto. In questi capitoli Gabriel si lascia andare seguendo vari pensieri e considerazioni, tra cui l’elogio della lentezza e le emozioni che prova sapendo che Douna Loup sta scrivendo la sua storia.
A un certo punto, sebbene la scrittura resti in corsivo, la narrazione passa dal presente al passato: Gabriel inizia a raccontare quali sono le motivazioni che l’hanno spinto ad abbandonare il proprio Paese. Il suo capo, che definisce come un uomo d’azione afroamericano, viene implicato in una storia di traffico d’avorio. Gabriel, che non è bianco, né ricco, né dell’etnia giusta, sebbene non coinvolto, non ha altra possibilità che la fuga.
La narrazione, poi, volge di nuovo al presente. Gabriel sente molta nostalgia per il suo Paese natale e farvi ritorno diventa un pensiero costante. Il suo rapporto con l’Africa è diventato molto doloroso: ne sente la mancanza, cercando in tutti i modi di riavvicinarsene, ma quest’avvicinamento gli provoca un’infinita tristezza. Ad esempio, quando si reca a un’esposizione museale dedicata alla cultura africana si ritrova ad affermare “Venendo a Bruxelles per visitare il famoso Musée Royale de l’Afrique Centrale, non mi aspettavo un tale choc” (p. 77). O ancora, quando fa un viaggio in Senegal, dice “Io ho una paura irragionevole” di ricongiungersi a “quel passato che mi consuma”, consapevole che “nessun ragionamento terrà, quando sarò in Africa” (p. 81). Il viaggio in Senegal, per lui non è che un mezzo per “[addomesticare] la mia parte d’Africa” (p. 86), prima del vero viaggio in Congo.
La questione linguistica
Nel romanzo la questione linguistica rappresenta uno specchio dell’autodeterminazione identitaria di Gabriel. La lingua, infatti, spesso è un mezzo importantissimo che ci permette di affermare la nostra identità, perché, oltre a rendere possibile la comunicazione, ogni lingua veicola una determinata cultura, che ci rappresenta e in cui ci sentiamo “a casa”. All’interno di Mopaya – Colui che porta in sé l’altrove la lingua non è statica, ma arricchita di varie inserzioni alloglotte in diverse lingue. È interessante, quindi, andare ad analizzare come queste inserzioni si rapportino con l’identità del protagonista, creando dei giochi di allontanamento e di avvicinamento a determinati Paesi e culture.
Le prime parole straniere nel testo sono in portoghese, lingua parlata in Angola. All’inizio, Gabriel non capisce assolutamente nulla di questa lingua, ma col tempo impara determinate parole legate proprio alla questione identitaria. Ogni volta che nel testo è presente una parola in portoghese, infatti, essa vuole sottolineare l’identificazione di Gabriel con la gente locale e il posto in cui si trova. Si tratta di parole come adulino, velhos, o passaporte.
Nel testo, poi, sono disseminate parole congolesi, come calabash, safous, buanas, djellaba. Il testo, redatto in francese, fa spesso riferimento alla cultura del Congo, proponendo espressioni legate al mondo africano che Gabriel ha abbandonato geograficamente, ma non culturalmente. Attraverso determinate espressioni, il protagonista si sente più vicino alla sua terra natale, alla sua identità africana. Non è un caso, quindi, che quasi tutte le parole congolesi richiamino la cucina (calabash, afous) o il vestiario (djellaba).
Altre parole in lingua straniera sono quelle in svizzero tedesco. Il rapporto che Gabriel instaura con questa lingua gli conferisce particolare conforto. Difatti, per la prima volta dopo molto tempo, il protagonista riesce pian piano a sentirsi a casa, in una Berna che gli ha portato il teatro e l’amore. Per questo motivo, il narratore afferma che “Questa lingua straniera diventa tua” (p. 85). Quando Gabriel viene accolto in Europa, finalmente riesce a impossessarsi anche di una delle sue lingue. Ecco perché ci troviamo davanti a espressioni come tschüüüss, Schnee, Scwizerdütsch. E non stupisce nemmeno il rimando alla sua lingua natale:
Hai fatto grandi progressi in svizzero tedesco e scopri con sorpresa perfino di amare questa lingua. Stranamente, questo dialetto ti ricorda il villaggio, la lingua della tua infanzia. Una lingua grezza, senza struttura, senza garbo né menzogne. Una lingua che si parla con le budella, che si sputa quasi. Il francese e l’inglese non ti fanno provare la stessa cosa, sono lingue educate, diplomatiche, dietro le quali ci si nasconde facilmente. Lo svizzero tedesco è crudo, colpisce, parla con franchezza, odora di terra e cielo in collera, grida in fondo allo stomaco. (p. 84)
Cosa succede esattamente durante la Notte dei Botti? La forza narrativa di questo distopico, intenso e non semplice romanzo sta tutta nel raccontare il non descrivibile, nel dar voce a personaggi indefiniti, capaci di riferire come vero ciò che non lo è e viceversa. In una notte come tante si odono dei botti, le persone vengono deviate verso le autostrade e raccolte negli autogrill che ben presto si trasformano in centri di detenzione. Coloro che non subiscono questa sorte vivono nell’angoscia del dubbio, si inizia ad odiare apertamente chi prima si biasimava, si inizia a percepire chiaramente l’odore acre della paura, ma paura di cosa, di che? Un crescendo virale di violenza scatenata da alcune parole sentite e riferite, dal rumore dei botti. Una guerra tra poveri che un po’ vedono, un po’ hanno ascoltato e molto hanno immaginato. Un romanzo scritto tra il ’93 e il ’97 e pubblicato solo ora, una rosa profetica che annienta e inquieta Mirco Salvadori
Cristiano Ronaldo è giunto in Italia ma la casa editrice Miraggi c’informa che non è l’unico portoghese nato a Madeira (a Funchal per entrambi)ad essere presente a Torino. La bella operazione della casa torinese ha permetto a tutti noi di leggere un autore mancato qualche anno fa e di grandissimo talento, poco conosciuto dai lettori italici (e pochissimo tradotto). Testo da gustarsi davvero. Fu vincitore del Premio Pessoa 1994, comunque rifiutato.
Forse sono solo i poeti a possedere quello sguardo che riesce a illuminare il presente e, a volte di luce nera, quello che si appresta ad arrivare. Biagio Cepollaro, napoletano, ma da tempo residente a Milano, è un poeta; tra i fondatori dell’esperienza del Gruppo 93, successivamente – e su stimolo di Nanni Balestrini – decide di cimentarsi con la forma romanzo. Nasce così, nella seconda metà degli anni Novanta, La notte dei botti, dai primi anni Duemila disponibile solo in rete sul suo sito, oggi, finalmente, diventato libro cartaceo grazie alla Miraggi edizioni (pp. 143, euro 14).
Erano anni, quelli, in cui, come dice lo stesso Cepollaro nella nota posposta al testo, si annunciava «un ventennio politico che per alcuni di noi si profilava oscuramente come una notte lunga, la vera notte della Repubblica, un tunnel interminabile».
Si trattava, allora, di gettare lo sguardo in quell’abisso, utilizzando il solo strumento a disposizione del poeta, la scrittura. Ed è appunto quello che fa Cepollaro, il quale, però, la utilizza anche in una sorta di raddoppiamento. Quasi come in un gioco di specchi non è solo l’autore a scrivere il libro, ma anche il personaggio principale, non a caso chiamato lo Scriba, a registrare quello che vede ma anche i suoi sogni, i suoi incubi insieme a quelli altrui.
A un certo punto si convince di aver compreso quello che è realmente accaduto e cosa si prepara, il suo problema è comunicarlo agli altri, trovare una lingua in grado di farlo.
Il tutto mentre in bicicletta si allontana dall’autogrill dove è stato indirizzato e rinchiuso – insieme a tanti altri – dopo quella notte particolare e misteriosa, la «Notte dei Botti», in attesa di mitici accertamenti. Già, perché dopo quella notte segnata da esplosioni e boati, quella notte che alcuni chiamano della «Libera Espressione», sembra sia saltato ogni equilibrio, ogni forma di violenza si è scatenata, mentre gli elicotteri delle forze dell’ordine volteggiano, l’odio si impadronisce delle «brave persone» e si appunta contro ogni luogo antagonista, come il Centro di Nanna, Mommo, Singa o le librerie di quartiere. Alle spalle di tutto, poi, sembra ci sia un’organizzazione che vuole impadronirsi non solo del potere ma dell’intera vita, dell’intera esistenza dei cittadini.
Nella narrazione, emergono quelle caratteristiche che segnano ancora oggi la nostra esistenza: la frammentazione del lavoro, la flessibilità, l’autosfruttamento, per cui lavori di più e guadagni di meno, ma non ti ribelli e poi contro chi vuoi ribellarti se sei convinto che sei tu il padrone di te stesso, sono tuoi i mezzi di produzione? E allora il rancore, l’odio verso l’altro, verso il diverso che è sicuramente tutta colpa sua. È una storia nuova che assomiglia tanto a quella vecchia. «Solo che questa ci vuole convinti. Ci vuole giù con la testa piegata. Non basta più il prete non basta più la mamma. Ci vuole da soli a piegare la testa. Anzi ci vuole contenti di piegare la testa».
E se nel sogno dello Scriba arriveranno i Resistenti sui loro cavalli, quei mitici Resistenti che pare si siano radunati alla fine dell’autostrada dove lui si sta dirigendo pedalando senza sosta, nel suo incubo il mondo non ha più l’orizzonte.
Biagio Cepollaro, insomma, ha raccontato vent’anni fa una storia che continua a riguardare tutti e che, anzi, col passare del tempo sembra aver acquisito ancora più forza. Il tutto con una scrittura davvero particolare e poetica, ricca di simboli e di anafore. E di allitterazioni indimenticabili come: «Perché s’imboscano l’abbondanza». E alla fine il lettore può anche ritrovarsi come il Sadri che, leggendo i versi che lo Scriba manda continuamente non sa «se c’è un codice o sono le solite minchiate dei poeti».
[Pubblichiamo un estratto di Casamatta, un testo dell’avanguardia spagnola finora inedito in Italia. E’ ambientato tra i soldati al fronte della guerra tra Spagna e Marocco, una guerra coloniale spesso dimenticata, ma che ha conseguenze ancora oggi. Vi troviamo la vita militare di un esercito non efficientissimo, i “moros”, il fervore delle idee, progetti incendiari e dinamitardi, l’amore e il fascino per una donna rivoluzionaria dura, forte e coraggiosa, una rosa sensuale della rivoluzione, che costringe il protagonista, studente idealista mandato al fronte, a gettarsi nella mischia vera, e a diventare uomo. Qui , in un flash back, “Occhialini”, il protagonista, ha un incontro-scontro con lei, Angustias, la pasionaria che sta preparando un attentato.
José Díaz Fernández (1894 – 1941) fu attivista politico repubblicano già sotto la dittatura di Primo de Rivera, in seguito deputato socialista rivoluzionario e coinvolto pienamente in tutta la guerra civile spagnola, al cui termine fu esule in Francia, dove morì poco dopo. M.B.]
Pochi giorni dopo fu proclamato uno sciopero generale. Il calpestio delle pattuglie di cavalleria risuonava drammaticamente nel vuoto delle strade deserte. Gli operai, come formiche in ozio, entravano e uscivano a centinaia nel Centro per cercar notizie, per discutere e commentare la lotta che teneva sospesa e intimorita la città. I più estremisti, aizzati da Angustias, parlavano di usare le pistole contro la polizia. Invece Pascual Domínguez, in quella occasione, non era favorevole alla violenza perché sapeva che i sindacati non erano ancora pronti per quel tipo di lotta. Prendendo a pretesto alcuni licenziamenti, aveva dato il via allo sciopero solo per contarci e per dare una prova di forza. Tutti i suoi discorsi erano tesi a controllare quella fiera dalle molte teste scarmigliate che vibrava nei sudici sedili ogni volta che si accennava alla tirannia dei padroni.
«Daremo battaglia – mi diceva Domínguez – quando crederanno di averci intimorito.»
Angustias aveva fatto lega con elementi comunisti e anarchici, e alle spalle di Pascual Domínguez predicava il terrorismo. Una sera mi chiamò: «Occhialini, sei un vigliacco».
Credo di essere impallidito di rabbia.
«E tu sei un’imprudente, Angustias.»
«Sei un vigliacco. Pascual consiglia la calma perché sente la responsabilità, ma tu lo fai perché non hai coraggio.»
«Ne ho d’avanzo per tutto, anche per mandarti a quel paese una volta per tutte.»
«È quel che dico: un coraggio da ballerino di tango. Se no, dimostralo!»
«No: idiozie non ne faccio!»
«Ah che giovinezza assennata! Sei proprio un bravo figlio di famiglia!»
«Non farmi arrabbiare!»
«Vigliacco! Vigliacco! Scommettiamo che non ti azzardi a venire con me stasera?»
«Dove? Sarà qualche pazzia!»
«Alla filanda. Ci metterò una bomba.»
«Fallo tu.»
«Lo farò, certo.»
«Manderai tutto all’aria!»
«Meglio! Voglio sangue, fuoco, morte!»
L’incendio, Angustias l’aveva negli occhi. Sembrava che di lì cominciasse a bruciare.
«Ma non spaventarti! Io mi divertirò un sacco. Il panico passerà di casa in casa, farà svenire le borghesucce e farà tremare quei ciccioni che la sera escono a passeggiare sotto la protezione delle autorità e delle forze dell’ordine.»
«Così non otterremo mai niente!»
«Non è vero, Occhialini. La nostra forza sta nel non avere niente da perdere.»
E poi, con una voce dal suono dolce, una voce che mi infondeva il veleno dell’eroismo inutile: «Non devi fare proprio niente: solo venire con me».
«No. Lo farò io, da solo.»
«Io! Io! Voglio questo piacere nella mia vita. Voglio distruggere qualcosa con le mie mani. Allora, verrai?»
«Angustias!»
«Correre questo pericolo ci unirà per sempre.»
«Verrò.»
«Grazie. Domani, alle otto di sera, aspettami nel bar dell’altro giorno. Vestiti in un altro modo, come un artigiano col vestito della festa.»
«Ma bisogna preparare la fuga.»
«Ci penso io. Ho anche i soldi.»
Meditai seriamente di cercare Pascual Domínguez e raccontargli tutto. Ma in me era più potente la promessa di Angustias di unirsi a me con quel tragico segreto. E poi, l’idea che lei mi considerasse un vigliacco e indovinasse la mia debolezza interiore mi lubrificava l’animo fino a renderlo disposto all’attentato. Ci rimasi abbastanza male quando mi resi conto che il mio spirito era caduto dalla vetta delle idee nel vortice della passione erotica.
(…)
Presi un taxi e mi feci portare al bar dove avevamo appuntamento. Non erano ancora le otto, ma Angustias era già lì, vestita da operaia… Con un bambino in braccio? Sì, con un bambino in braccio.
«Bravissimo, Occhialini! Bravissimo! Adesso sì che sei uno dei nostri!»
«Ma… e il bambino?»
«Il mio bebé. Guarda.»
Mi avvicinò il fagotto. Era una bambola avvolta in una copertina di lana.
«Le mie bambole dovevano servire per qualcosa di serio» mormorò Angustias sottovoce.
«E la cosa?»
«Qui, nella coperta. Basta piegarla. Ma è dannatamente pesante.»
«Dovremo andare in taxi.»
«È qui davanti all’uscita. Il conducente è un compagno di assoluta fiducia. La fabbrica è circondata dalla Guardia Civil che protegge i crumiri. Dirò che sono la moglie di uno che lavora nel turno di notte e ho bisogno di parlare con lui. A te non ti lasceranno passare, ma io col bambino non faccio nascere sospetti. Il difficile è entrare, accendere la miccia e uscire in dieci minuti.»
«Quanto dura la miccia?»
«Un quarto d’ora.»
«E allora io…?»
«Devi distrarre le guardie. Cerca di metterti in modo da non essere facilmente riconoscibile. Ieri ho fatto un sopralluogo: non c’è molta luce.»
Parlava con una freddezza indescrivibile. Chissà quali drammatiche esperienze avevano temprato il carattere di Angustias per farla stare impassibile con la morte in braccio! Quella sera la morte era travestita da neonato e sarebbe uscita dal corpo di una donna anarchica come un mostro che vomita delitto e devastazione. Eppure, chissà, quel tremendo figlio di Angustias, cullato sul suo petto intatto, avrebbe potuto essere il Messia dell’umanità futura.
«Andiamo!»
Uno studente universitario borderline, una coppia di truffatori tarantiniani, un malavitoso d’alto bordo e un professore ex-sessantottino sono i protagonisti di una vicenda che si pone a metà strada tra un noir atipico e una commedia nera, in cui la violenza e la morte sono presenti senza mai diventare del tutto esplicite.
Ambientato tra le periferie torinesi e le residenze collinari di una borghesia il cui stile di vita sembra ormai coincidere quasi totalmente con quello della criminalità organizzata, il breve romanzo d’esordio di Massimo Anania può costituire una lettura estiva piacevole e disincantata.
L’autore, nato in una nebbiosa Torino nel gennaio del 1975, vive attualmente in Veneto, dove oltre a lavorare in una grande impresa si occupa di arte e letteratura, e sembra trasfondere alcune sue caratteristiche comportamentali nel personaggio principale, lo studente tiratardi che sembra obbligarsi ogni notte ad attendere l’alba sperando che questa sia sempre più lontana. Notte che non sempre, come nella migliore tradizione del noir oppure della letteratura fantastica, porta con sé consiglio.
Notte che, anzi, può nascondere inganni e incontri con demoni meschini, destinati a trascinare i nottambuli non troppo scaltri in catene di eventi da cui risulta poi difficile uscire senza conseguenze. Notte buia, ma non tempestosa, e piuttosto confusa: soprattutto quando un poco sapiente cocktail di cocaina e whisky può far perdere il poco ingegno che si ha a disposizione.
Una storia assai poco politically correct in cui l’attrazione sessuale gioca un ruolo non secondario. Un’attrazione sensuale e ambigua, destinata ad ingannare più che a soddisfare nel momento del suo fisico realizzarsi.
Un’avventura notturna le cui conseguenze saranno ri-governate da una ragione malavitosa che, in un mondo dominato e colonizzato dal feticcio denaro, non è in fin dei conti peggiore di quella contenuta nel conformismo dominante. All’interno di vicende che, nonostante alcune smagliature nella trama, spesso sono narrate con un linguaggio cinico e, a tratti, visionario.
Cosa succede all’essere umano quando, messo ai margini della società, prende coscienza dell’irreversibilità del suo stato? Dopo Voi, onesti farabutti, Simone Ghelli torna a parlare di abbandono e resistenza quotidiana in una chiave più intima e privata, dando voce a dieci esseri umani, eroi in minore che, con dignità e fierezza, condivideranno le loro storie, lasciando a noi lettori la scelta di scoprire le loro “chiamate mai risposte”.
La prosa di Ghelli, con il suo andamento piano e sapido, riesce a scavare dentro ognuno di noi estraendone sensazioni e ricordi che non abbiamo vissuto, ma ci si presentano vivi come e più dei nostri. I personaggi e le situazioni le conosciamo già, in qualche modo ci hanno toccato, che sia un parente “particolare”, una vecchia casa di famiglia che cade a pezzi sui ricordi che vi sono racchiusi, una difficoltà quotidiana o di relazione, un animale domestico sofferente per cui “bisogna” fare qualcosa, e così via. Ci troviamo coinvolti con delicatezza, ma senza riguardi. Ci si commuove e ci si arrabbia, si resta anche frustrati.
Si resiste, appunto. Si reagisce. Siamo noi, e sono così quelli che ci circondano. O meglio potremmo essere noi, come ci piacerebbe riuscire a essere, almeno a volte.
Se la fortuna di un autore è quella di essere letto e riconosciuto nel suo valore, che tale approvazione arrivi tardi o presto è, probabilmente, solo un problema umano e non della letteratura. Fino a qualche tempo fa, il nome di José Diaz Fernandez era sprofondato nel dimenticatoio, prima di tutto nel suo paese, la Spagna, in particolare durante il franchismo. Scrittore dell’esilio e politicamente schierato nell’area socialista, come molti altri della sua generazione (nacque nel 1898 a Salamanca e morì in esilio a Tolosa nel 1941, mentre cercava di scappare a Cuba) a poco più di vent’anni si trovava già tra le file dell’esercito spagnolo di stanza in Marocco, a sua volta in piena insurrezione contro Spagna e Francia, nella cosiddetta «guerra del Rif». Alacre attivista, più volte imprigionato per le sue posizioni politiche, scomparve a soli 43 anni, lasciando centinaia di articoli e reportage sulle battaglie coloniali e sulla necessità di superare lo stato classista e corrotto del periodo dittatoriale che vedeva al comando Primo de Rivera.
Col passare degli anni, ormai, erano rimasti soltanto gli addetti ai lavori a ricordarsi di Fernandez, a rammentare certo la sua presenza nel mondo delle lettere spagnole del primo Novecento, senza però occuparsi più del dovuto della sua opera, o invitare il pubblico ad una sua riscoperta. Negli anni ’70, complice anche il clima sociale del tempo, il suo nome è riemerso dopo più di cinquant’anni di buio, i suoi scritti sono tornati pian piano ad essere letti e, da allora, il nome di José Diaz Fernandez è legato ancora più indissolubilmente ad una letteratura di consapevolezza sociale e di impegno civile.
Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi hanno scelto di tradurre in italiano, per la prima volta, il libro più noto e forse il più importante che la penna di Fernandez abbia mai prodotto: El blocao, uscito nel 1928 e molto apprezzato già ai suoi tempi; il titolo italiano del romanzo è Casamatta, edito da Miraggi nel 2018 per la collana Tamizdat e contiene, oltre all’introduzione dello scrittore Ignacio Martinez de Pison, una serie di articoli che Fernandez stesso scrisse come anticipazioni al testo. Casamatta racconta con la precisione che contraddistingue lo stile cronachistico dell’autore, le angoscianti atmosfere vissute dai soldati all’interno di un fortino, durante l’ennesima campagna coloniale spagnola in Marocco e le sensazioni contrastanti di un giovane ventenne mandato a morire come carne da macello. Le parole di Fernandez sembrano descrivere a perfezione le atmosfere sospese di tutte le guerre del mondo, tanto nella loro ingiustizia quanto nella loro inspiegabilità e ci riescono soprattutto grazie alla loro forma asciutta, quasi di reportage, che contrariamente a quel che si potrebbe pensare, nulla tolgono alla consistenza del testo.
I gesti automatici, la fame, la disperazione, la violenza, le tensioni represse che esplodono d’un tratto senza preavviso: José Diaz Fernandez osserva e riporta sulla pagina, senza troppi orpelli e con grande lucidità, l’atmosfera di esasperazione latente che aleggia nel regime di guerra; che ci si trovi per strada o all’interno di un fortino, il prima e il dopo non esistono più né c’è spazio per azioni eroiche o aneliti di fiducia nell’umano o nel gesto individuale. L’agguato della morte ad ogni angolo è un dato certo e ineluttabile, ma anche nel far emergere questo perenne allarme, lo stile di Fernandez non ha bisogno di servirsi di pirotecnie linguistiche. Il suo è un periodare moderato che non desidera con questo edulcorare le vicende ma che, al contrario, suona come una forma umana di pudore nei confronti della nauseante farsa della guerra, delle sue violenze perpetrate, dell’impunità di tutti gli atti bellicosi sopravvenuti in ogni angolo del mondo.
Quella che Magliani e Ferrazzi hanno fatto in italiano è una traduzione invitante, ritmata, precisa, che sa restituire amabilmente lo stile proprio di Fernandez, narratore di razza ma anche giornalista, attivissimo sin dai primi anni della sua gioventù, abituato dunque alla chiarezza formale e all’ accuratezza del racconto. Fernandez è una penna socialmente sensibile che sulla guerra ispano-marocchina scrisse oltre duecento articoli, pubblicati sia dalla stampa locale che da quella nazionale, oltre che su riviste molto note ai tempi come Revista de Occidente o El Sol. Nella sua breve vita, lo scrittore non si limitò a fare cronache e resoconti di guerra, e scelse con forza di non disgiungere mai la propria passione letteraria dall’attivismo politico. Letteratura e vita dunque, unite in un cammino fraterno, onesto, nessuna delle due indifferente all’altra, l’una può esistere soltanto in presenza della sua metà: anche per questo, la traduzione di un testo così coraggioso ed esemplare, risulta una scelta significativa che invita a riflettere sui tanti ruoli che la letteratura può avere.
Per Fernandez il protagonista della vita e quindi dei suoi scritti, è il popolo, con le sue rivendicazioni di libertà e giustizia, la quotidianità dolorosa, la lotta per i diritti, le disparità sociali. Nella sua attività scrittoria, Fernandez infatti non aveva mai fatto mistero del suo modo di intendere la letteratura e della necessità di riportarla a quote più umane e solidale. Non una letteratura di passatempo, ma piuttosto di consapevolezza, di verità, di coscienza civile. In completo contrasto con la nutrita compagine di autori estetizzanti del suo tempo, per Fernandez il mero formalismo, la sola attenzione al linguaggio e agli aspetti estetici dell’opera, sono un fiasco intellettuale, una vera e propria frode. Quella di Fernandez è una letteratura che non può non compromettersi: essa si affaccia alla finestra, si spende, si consuma, scende per le strade: non può limitarsi a osservare la realtà dal rifugio vigliacco dei privilegi.
La casa editrice Miraggi pubblica ancora una volta un testo per temerari scalatori di memorie introspettive, dà voce a tutti quegli autori che hanno l’ardire di smantellare strutture tradizionali e puntare su anarchia e disobbedienza. Dunque stavolta rimbomba l’eco del torinese Luca Ragagnin che strizza, con stile appuntito, torbidi contenuti per restituire confusione e disorientamento ad un lettore comunque predisposto e pronto ad affidarsi all’idea di un epilogo irrisolto.
Agenzia Pertica è il contenitore di una storia nella storia raccontata e vissuta da un protagonista arrovellato nella continua analisi di sé in rapporto a tutto ciò che esiste fuori di sé tra pronostici, sconfitte, razionalizzazioni, tentativi, adagiamenti, rese e caos.
Domizio Pertica è uno scemo, anzi uno scrittore scemo; è così che in continuazione propaga la propria indole da sarcastico paroliere autolesionista, non capisco se abbia davvero consapevolezza di essere uno scrittore fallito e frustrato oppure è il comunissimo alibi di tutti i disillusi presentatori di sé, a cui ad un tratto si accende la spia che li arma di coraggio e buoni propositi, utili per cambiare radicalmente strada.
Pertica apre addirittura un’agenzia investigativa, che si tramuta in un abile espediente per raccontare esilaranti avventure di sé protagonista e dei rocamboleschi personaggi con cui si intrappola e gioca a disattendere le aspettative del lettore.
Agenzia Pertica è una conca scivolosa su cui galleggia un’amara e parodica visione del mondo editoriale, irrorata da tecniche meta-narrative, a cominciare dallo sdoppiamento tra autore e personaggio; il conducente narrativo si rivolge, con ironica disinvoltura, ad un immobile “prezioso lettore” che lotta tutto il tempo con una punteggiatura quasi dadaista, probabilmente emulata per inframezzare certe pagine surreali e solleticanti.
Differenti linguaggi e incontrollate strutture stilistiche scolpiscono la trama onirica ma mai casuale, ogni tassello ha una sua ragione di esistere, un’articolata psicologia che stimola la fervida immaginazione di chi se ne accorge, l’introspezione è pressata da connotati reali in cui si diluisce l’ironia accompagnata da una sfumatura di amarezza. Un accenno di nevrosi rende le vicende opache e i contorni caricaturali.
Non resta che riflettere di nuovo e stabilire che significato dare al sorriso per scoprire geniali soluzioni di sopravvivenza.
L’unico modo per non morire è non nascere
Gentili lettori, sembra che non ci si salvi dalla ferocia. Viene esibita con soddisfazione attraverso i media, ostentata come unica soluzione possibile ai mali della società. Sembra che si cerchi sempre la tragedia e si finisca per scadere nella farsa.
Nugoli di persone fagocitate dall’ultimo proclama razzista, massacrate dal colonialismo del pensiero spicciolo, consumate dalla schiavitù dell’analfabetismo funzionale quest’ultimo ormai endemico dalle nostre parti.
Irretito in una sorte di balbuzie esistenziale, il cittadino consumatore è sempre in ritardo su qualcosa senza saperla individuare. Sbriciola dignità grattandola da uno spot elettorale o pubblicitario; si adatta all’arbitrio e impone la gogna; schiamazza per strada, strepita negli uffici, pontifica in rete.
La cagnara è la cifra scelta per schifare il sistema che ha concorso a formare. Non importa se una pagina social sia un cortile condominiale su vasta scala, l’ominide urbano ha un imperativo insopprimibile: dimostrare di essere il migliore, sputando sull’ordine costituito e sui simili.
Se queste sono solo le premesse di una desistenza collettiva, è altrettanto vero che i governanti ne siano il risvolto obbligato.
L’unica ancora di salvezza è la giustizia, o la fuga, la scomparsa. Non ci si salva dalla catena di montaggio, ci ricorda Carmelo Bene, e forse è vero. Specialmente quando chi dovrebbe giudicare, perché chiamato dalla legge a farlo, manca di statura morale e intellettuale.
Siamo abituati ai fatti di cronaca che denunciano errori, manchevolezze, superficialità. Chi la fa franca e chi viene condannato severamente per reati leggeri. Ma cosa accade quando si è davanti al verbale del proprio decesso?
«Chiamo dal 5° Distretto di polizia. Sono l’ispettore Gomes, abbiamo tirato fuori la sua scheda dopo la denuncia per i disordini al ristorante./ – E?/ – E c’è che qui abbiamo un altro verbale con data 14 luglio 2008, a suo nome./ – Che verbale?/ – Lei sa di che cosa si tratta?/ – Non ne ho la minima idea./ – Il verbale che ho qui notifica il suo decesso». A scrivere è João Paulo Cuenca, psichedelico scrittore brasiliano che nel suo “Ho scoperto di essere morto”, tradotto da Eloisa De Giudice e pubblicato da Miraggi edizioni, rimescola gli elementi essenziali del romanzo sino a stabilirne una forma iconica che si caratterizza per tensione verso l’immaginifico, la crisi dell’identità, il mistero, una viscerale convulsione ideativa e una forte dose di spregio e anarchia sessuale.
Il protagonista ha lo stesso nome dell’autore e da subito sbarazza il lettore della sua ingombrante presenza, quasi a voler significare il ruolo esangue della letteratura, detronizzata dall’equazione ostensoria da reality show.
Il personaggio Cuenca è il doppio del suo autore, intrappolato in una Rio de Janeiro che si prepara alle Olimpiadi del 2016, l’uomo discende i gradini del limite, tra le macerie di quello che fu un grande deposito di schiavi tra il Settecento e l’Ottocento e i fasti dei salotti mondani contemporanei, in cui si alternano starlette che cuociono il sushi nella propria vagina, attrici di soap opera, letterati allo sbando preda di sostanze anfetaminiche e una casistica umana consumata dalle scorie di un sistema collassato su se stesso.
Con una lingua che aggancia il lettore uncinandolo sottopelle, costringendolo all’uso di sensi inespresso, J.P. Cuenca crocifigge crismi e velleità, esamina crudelmente i vizi di un microclima brasiliano degradato dal lusso e dalla dissolutezza, non dimenticando di sferzare lo Stato attraverso la sua polizia violenta e fascista.
Il protagonista, in mezzo allo sfacelo fisico e psicologico, cerca di stabilire una verità, la stessa che non è ai riuscito a imporre nei suoi libri. «Che l’Europa illustrata da Cervantes, Shakespeare, Dante e Tolstoj ha schiavizzato generazioni di neri, di indiani, di analfabeti e di dissidenti politici».
La letteratura in sé come atto ininfluente ai fini della vita e che non può colmare le manchevolezze degli uomini sembra apparire la figura dello scrittore fuori scena. Il feticcio di una società consunta nei suoi resti putridi esiste come esibizionismo grottesco traboccante di luoghi comuni.
Ecco che il presente è una ripetizione di se stesso, libero dalle scelte e condannato alla caduta.
Appassionati di romanzi dove la storia si snoda a più voci? In questo romanzo corale, in cui sono fondamentali l’immagine e l’immaginazione, Batsceba Hardy (fotografa che vive a Milano, dopo molto tempo trascorso a Berlino) ci parla dell’arte dell’imperfezione e descrive bene e in modo avvincente con la forza di un diario polifonico la storia di due gemelli, Annalia e Andrea, prima fratello e sorella, ora entrambi di sesso femminile, in cerca di sé e di un nuovo reciproco rapporto.
Le loro vite pian piano tornano ad amalgamarsi, circondate da animali parlanti, un cane e un gatto vecchio e molto saggio, una senzatetto filosofa e un musicista. I rapporti che si instaurano tra i protagonisti sono ‘deboli’, ma delicati. Tutti tendono alla ricerca della verità, tutti tendono all’amore, tutti tendono alla ricerca del proprio ‘essere’
Un romanzo diario, scritto con una scrittura magnetica che saprà tenervi incollati alle pagine durante la lettura sotto l’ombrellone, soprattutto grazie all’abilità della scrittrice di zummare sempre molto delicatamente sulla vita dei protagonisti e i dettagli che li circondano, ma soprattutto in grado di farci riflettere su di noi su quello che siamo e quello che vogliamo.
G.G.: Perché Marguerite Duras, un cui passo riporti in esergo, dovrebbe essere, se lo è, il punto di riferimento per comprendere la scrittura degli Autismi?
G.S.: Mi toccano assai queste frasi sull’essenza non razionale della scrittura, come del resto tutto il magnifico testo dal quale le ho tratte e tradotte, Ecrire. E poi amo moltissimo questa autrice, e mi sembra che non si colga appieno la sua importanza fondamentale su tantissime scritture dell’intimità, per chiamarle così, che sono venute dopo di lei.
G.G.:Il mio lavoro consiste nel fare buche nella terra. Buche grandi e profonde, in cui ci entra comodamente una persona. Straniante è la tua scrittura perché, appunto, crea i buchi nel quotidiano e crea degli impossibili. Tragitti che ruotano attorno al dato autobiografico che non diventa mai autoreferenza, a dispetto del titolo del lavoro: Autismi. Autoironia, autoconsapevolezza. Le auto. Le macchine che prendono vita e, quasi, da oggetti inanimati s’innalzano a soggetti di memorie… scrivi: Nel mio sguardo sfilano le automobili parcheggiate. Le vie addormentate del mio quartiere sono stipate di macchine, perché poverine non sanno dove altro andare a dormire, mentre i proprietari ronfano placidamente nei loro letti, o anche si dedicano a indiavolati atti sessuali.
Gli oggetti pungono lo sguardo, anche del lettore. Non mi era mai capitato di provare questa forma di animismo nei confronti delle cose. E le cose, qui, gli oggetti sistemati spesso in elenchi, sono strappi all’anonimato quotidiano e diventano cause degne di attenzione. Penso alle bottiglie di Morandi, a Duchamp, al ready-made, all’operazione di rendere strano un oggetto comune, sottrarlo all’inorganico robotico, non è tanto la poetica dell’oggetto umile, ma l’etica di uno sguardo che tutto abbraccia. Alcuni elenchi: Arrivano gravati di sci, tavole da surf, biciclette, pattini, racchette, mazze da golf, creme solari, macchine fotografiche, paracaduti, corde, ramponi, pinne, aquiloni, canne da pesca, salvagenti, archi, balestre, attrezzature di ogni genere. Un elenco che, nel quarto elenco… volevo scrivere ‘episodio’ (il lapsus che ha trasformato episodio in elenco, non è fuorviante: ogni episodio può essere visto come individuo a sé stante e come elemento di una classe più vasta e l’errore in sé, in questo libro, quella mancanza che trascina tutto il racconto, è proprio spinta del soggetto a, da un lato, identificarsi con il mondo, dall’altro a ritrovare in sé la propria radicale diversità dal mondo, e la scrittura di Sartori, nello humour e nella non casuale semplicità, lo è); nell’episodio La mia città, l’elenco, mi pare, serve meno a ossessionare una pratica nevrotica di accumulazione di oggetti, sempre feticci e ombre del grande oggetto materno, che a delineare i caratteri dei loro possibili possessori maschi o femmine, di ogni genere. Oppure, parlando della madre, in Il mio organo della riproduzione, viene stilato un elenco degli ‘ostacoli’ che si pongono tra lui-bambino e la mamma. Quel desiderio di essere desiderato dalla madre, classico groviglio di narcisismo e disperazione: non c’è scrittura sincera che non sia generata dal Desiderio, dal vuoto incolmabile. Ma l’elenco: Prima di me venivano pur sempre gli amici ricchi, la pelliccia, le sue sorelle, la sua asma, l’anello con il diamante, l’anello con lo smeraldo, la batteria di scarpe con i tacchi, le vacanze, l’organizzazione delle vacanze, il suo amico omosessuale, l’estetista, i costosissimi lavori nella casa di famiglia, la pedicure, la pettinatrice, i problemi con le donne di servizio, l’antiquario, le fatture del telefono, le altre fatture, il preside della scuola dove insegnava, la sanguinosa guerra con mio padre, gli esami per diventare di ruolo, i nervosismi ingiustificati, la guerra di posizione con mia sorella, le visite mediche per capire se mio fratello era o non era pazzo, l’elenco è pur sempre un girare attorno, un torno e ritorno, un investigare, e la madre diventa tutte quelle cose che impediscono a lui-bambino di essere il privilegiato, l’unico e insostituibile… direbbe lo psicoanalista, o la terapeuta di Terapia di copulazione. In realtà Sartori non si sta lamentando, non sta scrivendo il suo male oscuro… anzi! Lui se la ride, ironizza sul luogo comune che vuole tutti i problemi generati dall’irrisolto Edipo. Ma traduce in chiave quasi umoristica il proprio disagio, supposto che davvero Sartori stia facendo, magari inconsciamente, di questa scrittura una terapia. Insomma, se il racconto di Autismi sia autobiografico o meno, non saprei dirlo, ma di certo non è questo, credo, che vuol evidenziare l’autore, quanto l’architettura di ogni episodio, legato al successivo proprio da un principio di elencazione: intorno alla propria esistenza ruotano i quadri che raffigurano momenti quotidiani: il lavoro, la malattia, la città, la famiglia, i ricordi, gli amici, la morte, la cacca. La mia cacca è un episodio assurdo: Cominciavo a percepire me stesso in una maniera completamente diversa: mi guardavo nello specchio, e vedevo il tubo digerente che ero. È un momento centrale, l’epifania di tutta la scrittura di Sartori: il vuoto che ci abita e che genera non solo la possibilità di ospitare l’altro ma soprattutto di mettere da parte quel narcisismo che apparentemente tradisce il titolo del libro. Siamo costruiti intorno a un vuoto, sembra dirci la prosa di Sartori: c’è sempre per tutto il libro un sottile senso di disagio come impossibilità intrinseca di poter andare oltre, e sempre, la situazione più comune e quotidiana, diventa di più profondo significato sociale e politico.
G.G.: Che rapporto hai, se ce l’hai, con la letteratura psicoanalitica e quali sono stati i tuoi riferimenti letterari nella stesura dei tuoi Autismi?E che rapporto hai con la politica e con l’ideologia politica?
G.S.: Io non sono un teorico, insisto sempre su questo punto, per il semplice fatto che guardandomi attorno vedo che moltissime persone, professionisti del pensiero ma anche semplicemente individui molto intelligenti, sono molto più dotati di me per il pensiero astratto e filosofico. Ciò detto che dietro a tutti i miei testi ci sono tantissime letture teoriche, anche appunto di psicoanalisi, perché non vedo come uno scrittore contemporaneo, qualsiasi cosa scriva, possa ignorare il suo apporto. Checché si possa dire di questa, e sui suoi limiti, mi sembra che solo lei riesca a scavare nei comportamenti e nei funzionamenti intimi delle persone. A me in ogni caso ha apportato moltissimo. Ma ripeto, il mio interesse non è cerebrale, a me preme capire le persone, e riportare questo mio sapere nei testi che scrivo, che è quello che so fare bene. E lo stesso si può dire della politica, nei miei testi c’è tantissima politica, e mi fa piacere che la persona che mi traduce in inglese, Frederika Randall, lo abbia sottolineato nelle sue considerazioni su questa raccolta di racconti, che potrebbe essere considerata agli antipodi della politica. Perché anche l’intimità delle persone, l’intimità più abissale e nascosta, che è quello che più mi interessa, è – lo dici molto bene tu stesso – rapporto con gli altri, con la società in cui si vive, con le forze economiche e politiche che la reggono, con i fondamenti ideologici espliciti e impliciti. Però anche qui le piste nei miei testi sono nascoste e mescolate, non ci sono mai dei messaggi univoci e facilmente riassumibili.
Perché il tema politico torna sempre nella rievocazione del padre fascista e del paese bigotto e cattolico e si riflette in queste alte montagne, ostacolo della percezione e della riflessione: L’unica soluzione sarebbe spianare le montagne, in modo da permettere finalmente allo sguardo di spaziare, all’aria di circolare, al sole di tramontare sulla linea dell’orizzonte, alle idee di maturare serenamente: la soluzione sarebbe di spianare gli ostacoli, e di colmare il vuoto del desiderio. Intendimento irrealizzabile che bloccherebbe non solo la scrittura di Sartori ma la scrittura tout court: La mia volontà di attraversare mi appare ormai come un invincibile despota, un tiranno al quale non mi resta che arrendermi. Adesso vado!, mi dico, irrigidendo le spalle.
Poi però rimango sul solito marciapiede, quello di sinistra: scrive nel penultimo episodi Le mie passeggiate, un episodio che non può rievocare, credo, una psicogeografia fatta di ossessioni e ricordi simil-nevrotici, ma anche da un’ansia del territorio per cui il soggetto non si decide a passare dall’altra parte o a lasciare la sua terra (tentennamento che dissolve in malinconia quel disprezzo che dichiarato per la sua città e le montagne al momento del dipartire:,Mi dico che le vedo per l’ultima volta e ne provo quasi un malinconico struggimento; oppure in maniera più incisiva in La mia patria fuggitiva: Allora ho capito che ero un italiano, lo sarei sempre stato).
E che rapporto hai con il tuo territorio nella vita di tutti i giorni quando non fai lo scrittore?
G.S.: Io sono cresciuto in Trentino, e anche se poi a diciotto anni lo ho lasciato, ci sono sempre ritornato, e tra le altre cose lo ho battuto palmo a palmo per il mio lavoro. Quindi lo considero la mia terra, e se penso all’Italia mi viene naturale di pensare in primo luogo alla mia regione, e anche molti miei scritti hanno a che fare con essa. E è un territorio con il quale ho un rapporto complesso, appunto. Ci sono molte cose che detesto, ma la psicanalisi – visto che abbiamo parlato di psicanalisi – e anche la spiritualità, ci insegnano che non c’è avversione e rancore senza vicinanza, senza incarnare noi stessi quegli attributi che ci danno noia.
G.G.: Gli episodi sono stratificati, è vero, ma è come se, scivolando verso la fine, si risalisse in superficie, o viceversa, e l’andamento, spesso, è una scalata: si arriva in vetta e si ridiscende e il dato di fatto iniziale muta sguardo, un’anamorfosi, trasformazione, come se il tragitto, per avercelo fatto attraversare, modificasse il territorio, e l’ipotesi iniziale contraddice la spinta propulsiva del racconto e si converte nel suo contrario o complementare: quel che credevamo un esistente si fa allucinazione, quel che viene a galla come un distacco è una liberazione e la liberazione a sua volta sprofonda lentamente nel rimpianto, nell’inquietudine kafkiana dell’assurdo esistere, sembrava prossimo alla morte e invece è solo un disagio del corpo, sembrava merda e invece è oro. La scrittura di Sartori scava, scala, scavalca, si muove in direzioni opposte, è profonda e superficiale, anima gli oggetti e individua l’automatismo dei soggetti, concede un’anima alle macchine ma denuncia la morte-in-vita dei suoi paesani umani, accusa gli altri di essere fatti male per poi giungere alla conclusione amara e ironica di essere lui stesso fatto male, proprio come succede con la sorella che descrive nell’episodio Mia sorella. Punti di vista differenti, una prospettiva che non si accontenta del proprio sguardo e chiama a testimone lo sguardo altrui.
Perché è un istigatore Andrea Raos?
G.S.: Il poeta Andrea Raos, che avevo conosciuto a Parigi, all’epoca anche lui viveva lì, nel 2005 mi aveva chiesto ripetutamente se volevo collaborare con Nazione Indiana, e se volevo entrare nel blog come redattore. Io per un po’ ho nicchiato, perché all’epoca ero molto lontano dalle cose del web, poi invece ho cominciato a scrivere questi racconti, che lui postava mano a mano, e per me è stata una esperienza bella e ricca. A differenza dei romanzi i racconti hanno bisogno di essere desiderati, o insomma di avere una loro possibile destinazione, e per molti versi si portano dietro l’energia della contingenza dalla quale nascono. A me almeno succede così. In ogni caso senza Nazione Indiana questi testi non avrebbero mai visto la luce. E poi ho finito per entrarci a tutti gli effetti, nel blog, e anche questa per me è stata un’esperienza importante.
G.G.: Ingannevole quel ripetitivo mio mia nel titolo della maggior parte dei capitoli-episodi: proprio perché non v’è nulla di ‘mio’ ci si può permettere di dichiararlo tale, è proprio perché non v’è niente di autoreferenziale che l’autore può chiamare Autismi questa raccolta di episodi apparentemente a sé stanti. Ma raccontaci qualcos’altro degli Autismi pubblicati sul blog collettivo Nazione Indiana.
G.S.: La cosa bella è che i lettori commentavano i racconti, anche in modo molto critico, o al contrario esprimendo la propria ammirazione. Dieci anni fa si era in un’epoca differente, i blog letterari erano ancora pochi, e i lettori erano forse più attenti, o insomma avevano più tempo a disposizione. La mia impressione è che oggi l’offerta sia così grande, tra blog, social eccetera eccetera, che le persone facciano fatica a stargli dietro, e lo facciano in modo compulsivo, e senza quella reale attenzione e quel coinvolgimento che mi sembrano essere la specificità e la bellezza della fruizione dei testi letterati. In queste condizioni non si potrebbe ripetere l’esperienza degli Autismi, non avrebbe senso, mi pare.
G.G.: L’ultimo episodio si intitola Il mio testamento biologico e mi sembra che concluda egregiamente il circolo intorno al vuoto del desiderio con un commiato esistenziale, sociale e politico sui diritti umani, che è pure un ritorno alla terra-madre, terra nel suo significato ancestrale e ontologico opposto o complementare a quello assunto dallo stesso termine nel primo episodio Il mio lavoro in cui la voce narrante racconta il mestiere dell’agronomo: la voce narrante di Autismi possiede un corpo ben piantato nella terra e la sua scrittura, come suo doppio sulla carta, s’innalza quasi-albero. Non passa inosservato il contrappunto tra le parole del primo episodio: O forse giacerò anch’io già nella terra, e le parole dell’ultimo: Per parte mia avrei continuato a vegetare, perché proprio questo è sempre stato il mio traguardo.
E per parte mia vi auguro una buona esplorazione dell’animale terrestre che dunque siamo e che Sartori rappresenta con una tecnica estremamente originale.
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